25 anni fa, le stragi di mafia a Palermo

Una scossa, un testimone, una resistenza

 

25 anni fa voi, rover e scolte di oggi, non eravate ancora nati, ma le stragi del 1992 le potete vivere ancora sulla vostra pelle.

La morte di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e di Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, uomini della scorta, fu una scossa che diede inizio ad un cambiamento.

 

La prima marcia

Il 23 giugno 1992, ventotto giorni dopo la strage di Capaci, alcuni scout organizzarono un raduno a Piazza Magione, nel cuore del quartiere della Kalsa, a Palermo, da dove una imponente fiaccolata si diresse alla Chiesa di San Domenico: erano giunti da tutta Italia 30mila giovani e tra loro c’era Paolo Borsellino.

All’interno della chiesa, il magistrato prese la parola non solo per tracciare un ricordo del collega e fraterno amico, ma per indicare ai giovani uno stile di vita, perché

Uscita autostrada Capaci“la lotta alla mafia non è soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolge tutti, che abitua tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità.”

Borsellino passò a quei giovani il testimone della lotta alla mafia: una pergamena con sopra scritte le Beatitudini.

 

 

Quel testimone è pesante e al tempo stesso leggero perché va vissuto nella quotidianità,

 

Targa sotto l'Albero Borsellino“facendo il proprio dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso i benefici che potremmo trarre (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere.”

 

 

Pochi giorni dopo, il 19 luglio, mentre suonava il campanello della casa della madre in Via d’Amelio, Borsellino e la sua scorta vennero assassinati con un’autobomba.

 

Una nuova resistenza

Ai suoi funerali, l’Agesci diede un nuovo significato alla parola “resistenza” e distribuì una piccola resistenza elettrica da appuntare sul fazzolettone come simbolo dell’impegno dello scautismo contro la mafia.

Ogni anno, nella ricorrenza della sua morte, oltre alle manifestazioni “ufficiali”, gli scout tornano a riunirsi, a percorrere le vie di Palermo, come fecero la sera della fiaccolata del giugno del 1992 insieme a lui.

 

Insieme contro la mafia

 

25 anni dopo, sulle spalle di tutti, anche di quelli che non li hanno conosciuti, c’è “la responsabilità della memoria” perché se Falcone, Borsellino e tutti i martiri della mafia sono morti nella carne, sono vivi nello spirito.

 

Daniele Rotondo

Foto di Gianluca Ermanno

 

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